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Fondi per la seta a Matera, indagine su sottosegretario
Da Corriere della Sera, 26 Aprile 2007
Di Carlo Vulpio
L' ex governatore Bubbico e il caso dei 20 miliardi di lire destinati a un allevamento di bachi mai decollato
Fondi per la seta a Matera, indagine su sottosegretario
DAL NOSTRO INVIATO MONTESCAGLIOSO (Matera) - La Via della Seta, in Basilicata, è una magia che trasforma gelseti incolti e fantomatici allevamenti di bachi da seta in soldini veri. Pazienza se poi le magie riescono sempre a metà e, come vedremo, pur non essendo mai stato prodotto un filo di seta, pura o mista, i soldini (fondi UE per 20 miliardi di vecchie lire) sono stati lo stesso incassati fino all' ultimo centesimo. E' questione di formule. Se in Cenerentola si trasformano zucche in carrozze e sorci in cavalli bianchi con un semplice Bibbidi-Bobbidi-Bu, in questa storia è bastato un piccolo correttivo: Bibbidi-Bobbidi-Bubbico, anzi Bibbibo-Bubbico, ed ecco un esercito di millepiedi pronto a produrre seta. Bibbibo e Bubbico stanno per Filippo Bubbico (Ds), attuale sottosegretario allo Sviluppo economico. Due cognomi (il primo è inventato) per una persona sola. Il sottosegretario, nonché ex «governatore» della Basilicata, ecco l' inghippo, risultava essere Bibbibo quando faceva il presidente del consorzio «Seta Italia» e contemporaneamente era Bubbico quando faceva il presidente del consorzio «Seta Basilicata». Che sono i due consorzi che hanno gestito i denari dei fondi europei. Dove siano andati a finire questi soldi era ed è noto. Lo sapevano i magistrati lucani, che hanno archiviato denunce senza nemmeno aprire le indagini. E lo sanno i magistrati di Catanzaro, che quelle vicende lucane hanno invece rispolverato ed esaminato. Le aziende, vere e finte, che hanno ottenuto contributi europei nell' ambito del sottoprogramma 4 «Sviluppo della gelsibachicoltura», rientrante nei programmi di «Miglioramento delle produzioni tipiche del Mezzogiorno e sviluppo di colture alternative», si trovano in diverse regioni italiane (ragion per cui è sorto il consorzio «Seta Italia» presieduto da Bibbibo). Ma in Basilicata sono finiti circa 4,5 miliardi, cioè quasi un quarto della somma complessiva sborsata dalla UE (ragion per cui è sorto il consorzio «Seta Basilicata» presieduto da Bubbico). Di questi 5 miliardi, circa 600 milioni di lire sono stati intascati dalle persone fisiche di Rocco Luigi Bubbico, padre del sottosegretario, e Antonio Clemente, suocero del sottosegretario, entrambi affascinati dall' idea di una Via della Seta tutta lucana, anzi tutta in famiglia. Di seta però, come abbiamo detto, nemmeno un filo. Gelseti e serre per i bachi sono lì, incolti e abbandonati. I contributi UE, invece, tutti riscossi. Ultima «rata», a dicembre 2001. Ma proprio la rata che avrebbe dovuto chiudere l' affare è all' origine della riapertura del caso, in quanto, ipotizzandosi la truffa aggravata, il reato non è prescritto. Così Filippo Bubbico, già indagato a Catanzaro per abuso e truffa, in relazione a diverse operazioni del presunto «comitato d' affari» lucano nella sanità e nei finanziamenti europei a villaggi turistici, adesso deve rispondere anche per i soldi mai arrivati ai bachi da seta cui erano destinati. «Questa idea era un nostro progetto, e poteva rivelarsi un' ottima iniziativa - dicono i fratelli Pierpaolo e Rocco Nobile, ingegnere e agronomo, ex compagni di partito di Bubbico e, come lui, di Montescaglioso -. Ma a Filippo dei bachi non fregava nulla, lui ha solo sfruttato il progetto per farsi pubblicità in un momento di flessione politica e tutto è andato in malora. Certo, i soldi li abbiamo presi tutti, ma nonostante questo molti di noi ci hanno anche rimesso». In ogni caso, un altro grande spreco di denaro pubblico. Con il quale veniva pagato anche un consulente (circa 300 milioni l' anno) del «calibro» di Andrea Freschi, che nessuno sapeva chi fosse, ma che aveva il vantaggio di essere stato imposto a se stesso (il politico Bubbico lo raccomanda al presidente del consorzio «Seta Italia», Bibbibo) come il nipote del «governatore» campano Antonio Bassolino. Raccontano i fratelli Nobile che quando chiedevano a Filippo Bubbico ragione di tutti quei soldi a Freschi, lui rispondeva: «Eeeeh, nun me facite parla' ». Invece il pm di Catanzaro, Luigi de Magistris, confida che Bubbico parli e che per esempio spieghi, oltre a tutte le altre vicende che lo vedono coinvolto, perché i due consorzi «Seta Basilicata» e «Seta Italia» da alcuni anni non presentino i bilanci, sebbene non siano né chiusi, né in liquidazione. O che racconti di quelle «consulenze» sui progetti per ottenere i contributi per i bachi da seta che lui e suo fratello Luigi, entrambi architetti, si facevano pagare attraverso regolari fatture dai fratelli Nobile. «Il 75 per cento di 83 milioni di lire - dice Rocco Nobile -, cioè 62 milioni, senza che loro abbiano fatto nulla. Visto che l' agronomo ero io». I bachi ormai erano morti prima di nascere. Ma per Bubbico, mollato Bibbibo al suo destino, si apriva un' altra e ben più morbida Via della Seta: già sindaco, diventa assessore regionale alla Sanità, e poi «governatore» regionale, senatore e infine sottosegretario allo Sviluppo. «Sì, il suo», dicono in paese. Filippo Bubbico, si mormora qui, è di umore nero. Ma ostenta calma. E a uno dei suoi più implacabili censori, Nicola Piccenna, tra i «grandi accusatori» in questa inchiesta sulla Basilicata, ha mandato a dire: «Io non querelo». Che può essere un segnale di pace. O chissà. Diavolo di un Bubbico, criptico come un Belzebubbico.
* * * IN ARCHIVIO Le accuse sui soldi da Bruxelles erano state archiviate a Matera, ora sono al vaglio dei pm di Catanzaro * * * LA VICENDA L' ultimo versamento è del 2001, alla famiglia Bubbico sarebbero andati 600 milioni di lire
Quei milioni Ue al sottosegretario per i bachi da seta fantasma
da Il Giornale, 27 aprile 2007
di Gian Marco Chiocci
nostro inviato a Matera
Ne è passato di tempo da quando Hsi-ling-shi, consorte tredicenne dell'antico imperatore cinese Huang Ti, intuì che dalla raccolta e dalla lavorazione del bozzolo si poteva ricavare un filamento per tessuti meravigliosi. Qualche secolo più tardi, la Via della seta ha preso altre strade, da Pechino si è inerpicata tra Oriente e Occidente lungo tortuose carovaniere ed è sfociata tra i sassi del materano per fermarsi a Montescaglioso, località nota agli storici per aver dato i natali a Filippo Bubbico, già consigliere comunale del paesello, già assessore alla Sanità in quota Pci-Pds, già presidente della regione Basilicata, già senatore Ds, attualmente in carica come sottosegretario al ministero per lo Sviluppo economico.
Proprio per una questione di bruchi, di filati e larve che sulla carta si sarebbero dovuti trasformare in tessile prezioso, il braccio destro di Pierluigi Bersani si ritrova adesso nei guai per una vicenda di finanziamenti (20 miliardi di vecchie lire) elargiti dall'Unione europea per la realizzazione di allevamenti di bachi da seta che non hanno mai visto la luce.
Per capire in quale guaio si è cacciato l'esponente ds - peraltro indagato per abuso d'ufficio e truffa dalla procura di Catanzaro in altre inchieste sulla sanità e sul progetto del maxivillaggio turistico Marinagri - occorre necessariamente partire dalle origini. Da quando cioè il lungimirante Bubbico pensa di fare di Montescaglioso il crocevia commerciale dell'utopistica Basilicata Felix. Il progetto è ambizioso, tranne i radicali nessuno protesta poiché tutti fremono, opposizione compresa, per la nuova avventura che viene affidata a due consorzi: il «Csb - Consorzio Seta Basilicata», diretto dal diretto interessato, appunto Filippo Bubbico da Montescaglioso, e il «Csi-Consorzio Seta Italia» presieduto da un misterioso concittadino, quasi omonimo, di cui si trova riscontro nelle visure camerali ma che in paese nessuno conosce: Filippo Bibbibo. Curiosità: entrambi i consorzi per anni non presenteranno bilanci. D'accordo con altri aspiranti mercanti della seta, l'astro nascente della politica lucana decide di convogliare nel progetto di bachicoltura persone a lui familiarmente vicine o amicalmente care. Finanche per gli studi di progettazione e di sericoltura, con apposite consulenze ben remunerate (dalla Ue) il Consorzio della Basilica gestito da Bubbico si affida a persone fidatissime rintracciate nello «Studio Tecnico Architetti Bubbico» che incassa il 70 per cento dei 90 milioni pagati per il lavoro dell'agronomo. Gli amici sono amici anche nel Consorzio Seta Italia laddove Bubbico, pardon Bibbibo (poi si scoprirà che sono la stessa persona) premia la Cooperativa di agronomi napoletani Geproter di cui è presidente un certo Andrea Freschi (nipote di un certo Antonio Bassolino) ex impiegato al dipartimento dell'Agricoltura diventato commissario ai rifiuti - come lo fu lo zio governatore per la Campania - in un'azienda denominata Aato. Per stuzzicare la sonnecchiante magistratura lucana, il giornale locale «il Resto» un bel giorno scopre che presso lo studio premiato dalla Csb erano soci, in qualità di architetti, proprio il futuro sottosegretario e suo fratello che rigiravano a consulenti esterni - per come la racconta la gola profonda Rocco Nobile - i progetti da sviluppare. Peccato che a fronte dei quattrini pubblici erogati nessuna struttura «collaudata» abbia mai prodotto anche un solo capo in seta. Niente. Eppure tra le carte sequestrate spiccano fatture per diversi compensi, il più illuminante dei quali di 83 milioni e rotte lire per un «Progetto esecutivo per la realizzazione di strutture d'allevamento del baco da seta, Reg. Cee n° 2052/88 Ob1 - Programma Op. Multireg./ sottoprogramma 4 misura 1», saldato in 7 tranche. Rispetto al totale di 20 miliardi di lire, se un quarto sono finiti in Basilicata, ben 600 milioni hanno avuto come destinatari il padre e il suocero del sottosegretario.
Tra le ipotesi investigative si lavorava a tappeto sulla presunta «dazione» intascata da Bubbico e calcolata intorno al 75% su ogni incarico affidato agli agronomi. Due giorni fa i carabinieri hanno saputo da Nobile che la «dazione» sarebbe da considerarsi più alta, perché ci sarebbero state elargizioni in nero del 15 per cento. «Pagavo perché speravo in altri incarichi e perché quello era l'unico modo per lavorare» ha detto l'esperto ribadendo quanto già raccontato (invano) anni fa ai pm di Matera. E Bubbico, o Bibbibo che dir si voglia? Non è entrato nel merito delle contestazioni, non ha spiegato l'omonimia, le parentele, la mancata produzione tessile. Si è difeso spiegando come il faraonico progetto-seta l'ha visto impegnato in una «dimensione privata» e non politica. Il distinguo, all'Unione europea, glielo spiega Bibbibo?
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NOTA : PARE CHE IL CONSORZIO SETA, ABBIA SVOLTO DELLE ATTIVITA' PER UN PERIODO. VEDIAMO CHE SUCCEDE[...]
Nuccio Iovene, 06 aprile 2007
Antimafia Non c'è e non ci può essere nessun "pacchetto di voti" in grado di giustificare candidature in odore di mafia e relazioni perverse con le organizzazioni criminali. La proposta di autoregolamentazione avanzata dalla Commissione è un primo passo, soprattutto se non si limiterà all'enunciazione di buone intenzioni ma diventerà pratica concretaLa Commissione parlamentare Antimafia ha votato all'unanimità, nella sua ultima riunione, un documento contenente le indicazioni che sarebbe opportuno seguire in occasione delle prossime elezioni amministrative, al momento della individuazione delle candidature. E', ovviamente, un documento di indirizzo e non una norma giuridica, ma è indicativo che su questo punto la politica si sia posta il problema di non delegare tutto, e solo ex-post, alla magistratura.
Era dai tempi della presidenza Chiaromonte della commissione, nel corso della X legislatura, che non ci si dotava di uno strumento analogo.
Ora ovviamente spetta alle forze politiche fare proprie queste indicazioni ed adottarle in occasione della formazione delle liste. E spetta all'opinione pubblica, ed al mondo dell'informazione non "embedded", controllare la coerenza dei comportamenti e la congruità delle scelte.
Ogni anno sono decine le amministrazioni comunali che vengono sciolte per inquinamento mafioso, ed alcune di esse lo sono state anche più volte nel corso degli ultimi anni. Il rapporto mafia-politica continua ad essere, soprattutto nel mezzogiorno, tema centrale ed ineludibile che non può essere risolto solo dalle inchieste giudiziarie. C'è una responsabilità che attiene tutta alla politica, ai partiti ed alle loro scelte. Sulla quale la sinistra deve tornare con forza a fare "lotta politica" ed essere "diversa".
Non c'è e non ci può essere nessun "pacchetto di voti" in grado di giustificare candidature in odore di mafia e relazioni perverse con le organizzazioni criminali. La proposta di autoregolamentazione avanzata dalla Commissione è un primo passo, soprattutto se non si limiterà all'enunciazione di buone intenzioni ma diventerà pratica concreta.
Queste le indicazioni previste:"I partiti, le formazioni politiche e le liste civiche che aderiscono alle previsioni del presente codice si impegnano a non presentare come candidati alle elezioni dei
consigli provinciali, comunali e circoscrizionali coloro nei cui confronti, alla data di pubblicazione della convocazione dei comizi elettorali, sia stato emesso decreto che dispone il giudizio, ovvero sia stata emessa misura cautelare personale non annullata in sede di impugnazione, ovvero che si trovino in stato di latitanza o di esecuzione di pene detentive, ovvero che siano stati condannati con sentenza anche non definitiva, allorquando le predette condizioni siano relative a uno dei seguenti delitti:
a) delitti di cui all'articolo 51, comma 3 bis, del codice di procedura penale;
b) estorsione (articolo 629 del codice penale), usura (articolo 644 del codice penale);
c) riciclaggio e impiego di danaro di provenienza illecita (articolo 648 bis e articolo 648 ter c.p.),
d) trasferimento fraudolento di valori (articolo 12 quinquies della legge 7 agosto 1992, n. 356);
e) omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali da parte delle persone sottoposte ad una misura di prevenzione disposta ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575, nonché da parte dei condannati con sentenza definitiva per il delitt o previsto dall'articolo 416-bis del codice penale (articolo 31 della legge 13 settembre 1982, n. 646);
f) attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti (articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152);
I partiti, le formazioni politiche e le liste civiche che aderiscono alle previsioni del presente codice si impegnano, altresì, a non presentare come candidati alle elezioni di cui al comma 1 coloro nei cui confronti, alla data di pubblicazione della convocazione dei comizi elettorali, ricorra una delle seguenti condizioni:
a) sia stata disposta l'applicazione di misure di prevenzione personali o patrimoniali, ancorché non definitive, ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575;
b) siano stati imposti divieti, sospensioni e decadenze ai sensi della legge 27 dicembre 1956, n. 1423, ovvero della legge 31 maggio 1965, n. 575, così come successivamente modificate e integrate;
c) siano stati rimossi, sospesi o dichiarati decaduti ai sensi dell'articolo 142 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.
Nuccio Iovene, 28 aprile 2007
In provincia di Gioia Tauro una coop dell'associazione di don Ciotti, che coltiva la terra sottratta alle cosche locali, è stata devastata. Un atto criminale che testimonia come la malavita organizzata tema la battaglia di legalità condotta da tanti giovani, anche a livello simbolico
Colpire una cooperativa agricola che lavora sfruttando i terreni che sono stati confiscati alle cosche mafiose significa voler ostacolare quella speranza di rinascita della legalità che anima i progetti di quanti credono che, per sconfiggerla, bisogna agire non solo sul piano poliziesco, ma anche culturale e simbolico.
La terra è da sempre, per antonomasia, metafora privilegiata della cultura umana, espressione simbolica di un progetto di vita che si alimenta del sole e delle piogge, capace di partorire dal seme il frutto. Una genesi che necessita dell'impegno umano, del suo sacrificio e della sua pazienza. Con questo valore è nata l'attività che da anni Libera dalle mafie, l'associazione fondata da Don Ciotti, porta avanti su tutto il territorio italiano, sfruttando in particolare le aree agricole sottratte al controllo della criminalità organizzata e restituite alla collettività per far nascere, da quella terra eticamente brulla, una speranza di ritrovata legalità. Un impegno che viene affidato quotidianamente a ragazzi e ragazze che, insieme al seme dei frutti, piantano anche quelli di una diversa coscienza sociale e giuridica.
Soltanto muovendo da questa prospettiva è possibile allora comprendere l'altrettanto valore simbolico che sottende il gesto criminale di questa notte, quando è stata devastata la sede della coop di Valle del Marro, a Ponte Vecchio di Gioia Tauro. Questa realtà agricola è infatti sorta nel 2005 su una porzione di territorio un tempo appartenuto alle cosche ‘ndrine dei Piromalli e Mammoliti, 30 ettari di terreno che lo Stato ha sottratto loro per affidarli all'attività dei giovani di Libera che qui, guidati da don Pino De Masi, hanno piantato e fatto crescere oliveti e agrumeti, producendo olio e miele secondo i principi dell'agricoltura biologica. Un lavoro importante e impegnativo che è nato nel 2004 e che già nel dicembre scorso è stato oggetto di sabotaggio da parte di "qualcuno" che non sembra disposto a riconoscere il valore di questa iniziativa che, oltre ad una prospettiva di legalità, cerca anche di agire su piano sociale creando una possibilità di occupazione e di reddito in una terra di grandi potenzialità, ma di poche risorse, come è appunto la Calabria. Dunque, giustizia contro mafia, spirito cooperativistico contro individualismo economico, occupazione contro povertà: esiste questa fitta trama di obiettivi dietro il progetto di Valle del Marro, e proprio questa fitta trama di obiettivi è ciò che non piace alla ‘ndrangheta. Una rabbiosa reazione all'impegno dei giovani, delle istituzioni locali e della società civile per il riscatto della loro terra, che ha avuto il suo momento più intenso nella grandissima manifestazione di Polistena, a marzo scorso, quando migliaia di persone sono scese in piazza per testimoniare lo stato di isolamento in cui deve essere confiscata la mafia con un messaggio chiaro: "stare nella legalità non solo è giusto, ma conviene". Lo stesso messaggio che anima l'iniziativa agricola di Libera, la quale offrendo ai giovani la prospettiva di un impiego e di una retribuzione destabilizza il luogo comune secondo cui, in certe realtà, soltanto il clientelismo mafioso è ciò che paga in termine pratici.
Ora la parola passa allo Stato, alla Regione Calabria e a tutte le istituzioni affinché non solo ripaghino i danni provocati dall'aggressione di questa notte facendo ripartire al più presto le attività della cooperativa, ma perché procedano a garantire la sicurezza ed il lavoro dei giovani e delle giovani che in questi anni hanno combattuto una battaglia di legalità, costituendo un vero e proprio avamposto democratico nelle terre dei clan. Dietro di loro, infatti, c'è lo sforzo e l'appoggio di tutto un Paese che è stanco di vedere l'infiltrazione delle mafie e il loro tentativo di corrodere diritto e democrazia. E' questo il messaggio di cui lo Stato deve farsi portavoce con la criminalità organizzata, senza tentennamenti.