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Tempi duri per Sarkozy
mercoledì, 28 novembre 2007
Image• SIMONE FUSCO–
Riesplode la rabbia nelle banlieues dopo la morte di due ragazzi avvenuta domenica. Da stabilire le dinamiche dell’incidente. Aperta un’indagine per omissione di soccorso. Proseguono gli scioperi contro la riforma dell’università

Nella Francia di Sarkozy, le proteste sembrano all’ordine del giorno. Gli scioperi bloccano le città, gli studenti occupano le università e nelle banlieues riesplode la rabbia. Anche se al momento gli accadimenti non sembrano scalfire la popolarità del presidente francese.
Domenica scorsa sono morti due ragazzi a Villiers-le-bel, nella banlieue parigina. Sono finiti con la moto contro la vettura di una pattuglia della polizia. Otto agenti sono rimasti feriti ed altri trenta sono stati colpiti dai manifestanti nella notte di lunedì. La verità sulla morte è ancora da accertare. Le versioni divergono: per la polizia i due giravano su una moto e andavano ad alta velocità per cui si sarebbero schiantati con la macchina della polizia. Ma a Villiers-le-Bell non ci credono affatto e sostengono che, al di là della dinamica dell’incidente, i poliziotti non avrebbero prestato soccorso ai due giovani. Infatti è stata aperta un’indagine per omissione di soccorso.
Nicolas Sarkozy dalla Cina dove si trova in visita ufficiale ha lanciato appelli perché si lasci alla giustizia indicare le responsabilità. Della stessa opinione è il ministro dell'interno Michele Alliot-Marie, alla sua prima dura prova da quando si trova a Place Boveau. "E' indispensabile che si conoscano con precisione e senza dubbi le cause dell'incidente" e che "si lascino polizia e magistrati fare il loro lavoro" ha detto il ministro il quale ha espresso "emozione e tristezza" per la morte dei due ragazzi. Ha anche chiesto calma perché "le agitazioni e le violenze non servono a far avanzare le cose". Insomma, tutti chiedono e promettono giustizia.
La risposta di Francois Hollande, il segretario socialista, è di accusa nei confronti dell’esecutivo e sostiene che le violenze sono l'espressione di "una crisi sociale profonda". Stessa lettura di un sindacato di polizia, SGP-FO, per il quale rispetto al 2005 "le cause sociali della situazione nei quartieri sensibili restano le stesse e la polizia non può, da sola, rispondere".
Certamente si tratta di una crisi sociale alle quali però la politica in questo caso non sembra aver dato risposte convincenti. L’accaduto, infatti, ha generato una serie di reazioni a catena in quei luoghi dove già due anni fa l’allora ministro degli interni Sarkozy, aveva usato il pugno duro.
Si teme che la tensione possa crescere. Tempi duri per il presidente francese che dovrà fare i conti anche con gli studenti che continuano a protestare contro la riforma del sistema universitario, cha a loro dire creerà un’educazione di serie A e una di serie B.
WillyBlake | [ commenti ? ]



Il bombarolo e il protocollo del Welfare
martedì, 27 novembre 2007
Se cadi dagli scalini o dagli scaloni, il dolore è lo stesso. Il protocollo del Welfare è lil miglior modo per non tutelare i giovani. I giovani incassano e ringraziano, gli altri votano a favore.
WillyBlake | [ commenti ? ]



Riceviamo e postiamo
domenica, 25 novembre 2007
23 NOVEMBRE 2003- 23 NOVEMBRE 2007

RITORNA IN BASILICATA IL DEPOSITO UNICO DELLE SCORIE RADIOATTIVE ED IL NUCLEARE IN ITALIA?

No Scorie Trisaia chiede al sig. Massimo Scuderi, già coordinatore della commissione tecnica per la sicurezza nucleare e la protezione sanitaria dell'APAT ed oggi coordinatore del Gruppo Tecnico del super organismo nominato dal ministro Bersani per l'individuazione del Deposito Unico delle scorie radioattive italiane di motivare subito la "non idoneità" della Basilicata ad ospitarlo. Lo hanno, infatti, già ribadito i "centomila" della mobilitazione pacifica di Scanzano nel 2003 e lo ribadiamo oggi con forza soprattutto perchè la regione già paga il suo pesante contributo al Paese in termini di inquinamento a causa dell'estrazione del petrolio e gas (oltre 150 mila di barili al giorno dai giacimenti ENI e TOTAL, due centri oli e migliaia di chilometri di oleodotti e gasdotti) per il quale evidentemente non è servita la promessa di risparmio sulla bolletta energetica da parte del governatore De Filippo che si è rilevata solo una copertura mediatica proprio in vista di questo clamoroso annuncio che fa tornare la "patata bollente" delle scorie in Basilicata.Il movimento NO SCORIE ed i cittadini della Basilicata sono stanchi di questa classe politica, interessata solo a favorire l'asservimento della Basilicata alle lobby multinazionali dell'energia e dei rifiuti . No scorie Trisaia ricorda come Prodi definì a "Costanzo Show" "quei quattro gatti"i cittadini della Basilicata durante le giornate di Scanzano. Proprio ieri, 23 novembre 2007, 4° anniversario della grande manifestazione di Scanzano, il ministro Bersani e il suo sottosegretario lucano Bubbico riportano in Basilicata la questione delle scorie, mentre il presidente dell'ENEA Paganetto insieme all'ex presidente dell'Enel Chicco Testa con il movimento "PIMBY", ovvero "sì nel mio giardino ma compensatemi", ripropongono il nucleare in Italia. Scelta cui il Sud e la Basilicata hanno già detto no. NoScorie Trisaia continua pertanto a chiedere la restituzione delle barre di uranio di Elk River ancora presso la Trisaia ai suoi legittimi proprietari con la messa in sicurezza delle scorie radioattive presso i centri in cui sono attualmente ubicati, proprio per evitare le "tentazioni" dei ministri D'Alema e Bersani di far ripartire il nucleare e i business collegati in Italia ,che dovranno comunque pagare i contribuenti .

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Nuovi poveri
sabato, 24 novembre 2007


"RASSEGNARSI ALLA POVERTA' ?"
VII Rapporto sulla povertà e l'esclusione sociale in Italia

Aumentano le famiglie a rischio povertà: ecco i dati dell'ultimo Rapporto di CARITAS ITALIANA e FONDAZIONE ZANCAN, che lanciano la proposta di UN PIANO DI LOTTA ALLA POVERTÀ.

  16 ottobre 2007

Caritas Italiana - Fondazione Zancan


In vista della Giornata mondiale della Povertà, in calendario oggi, 17 ottobre, e dell'avvio della 45ª Settimana sociale dei cattolici italiani, in programma dal 18 al 21 ottobre, ieri Caritas Italiana e Fondazione Zancan di Padova hanno presentato a Roma il VII Rapporto sulla povertà e l'esclusione sociale in Italia, dal titolo "Rassegnarsi alla povertà?", che sarà nelle librerie nei prossimi giorni.
L'ultimo Rapporto dell'Istat sulla povertà nel nostro Paese indica che sono in stato di povertà 2.623.000 famiglie, corrispondenti a 7.537.000 persone, cioè il 12,9% della popolazione, di cui i due terzi vivono al Sud. Un dato che è rimasto "sostanzialmente stabile" negli ultimi cinque anni. Quale è il motivo di questa stabilità? È davvero sempre uguale il volto della povertà in Italia o qualcosa è cambiato? Quali sono le famiglie "a rischio povertà"? Si può fare qualcosa? Il titolo del Rapporto, "Rassegnarsi alla povertà?, è la domanda che nasce proprio di fronte a questa situazione di stallo, di incapacità di affrontare il problema, di stabilizzazione e per certi aspetti di allargamento dell'esclusione sociale.

LE FAMIGLIE A RISCHIO POVERTÀ
L'elemento di novità emerso dalle diverse inchieste sulla povertà degli ultimi anni è l'aumento numerico non di famiglie povere, ma di famiglie non computabili come povere solo perché le loro risorse finanziarie sono appena sopra la linea della povertà, ossia la superano per una somma esigua che va da 10 a 50 euro al mese. L'Istat calcola che queste famiglie "a rischio di povertà" siano oltre 900 mila. Esse arrivano con difficoltà alla fine del mese, e sono costrette a indebitarsi e a ricorrere ai centri assistenziali, nonostante abbiano un lavoro e un reddito.
L'impiego di una linea standard per stimare chi è povero e chi non lo è semplifica molto i confronti, ma non evidenzia i confini mobili del fenomeno. Come emerge dal Rapporto Caritas-Zancan, un approccio multidimensionale al problema povertà, che non tenga conto solo dell'aspetto monetario, evidenzia che se la povertà non è aumentata, è cresciuta l'insicurezza delle famiglie italiane per la preoccupazione di non essere in grado di far fronte a eventi negativi come per esempio l'improvvisa malattia, associata a non autosufficienza, di un familiare, o l'instabilità del rapporto di lavoro, o gli oneri finanziari sempre maggiori (ad esempio, mutui a tasso variabile).
Quali sono i "fattori di rischio"? L'elevato numero di componenti (le famiglie con cinque o più componenti presentano livelli di povertà più elevati); la presenza di figli, soprattutto minori; la presenza di anziani; il basso livello di istruzione; la ridotta partecipazione al mercato del lavoro. Qualsiasi fattore si consideri, nel Mezzogiorno le probabilità di essere poveri sono sempre più alte.
A comportare un maggiore rischio di povertà è anzitutto l'allargamento familiare: avere tre figli da crescere significa un rischio di povertà pari al 27,8%, e nel Sud questo valore sale al 42,7%. Il passaggio da 3 a 4 componenti espone 4 famiglie su 10 alla possibilità di essere povere. Appartenere a una famiglia composta da 5 o più componenti aumenta il rischio di essere poveri del 135%, rispetto al valore medio dell'Italia. Ogni nuovo figlio, dunque, costituisce per la famiglia, oltre che una speranza di vita, una crescita del rischio di impoverimento. L'Italia, coscientemente o meno, incoraggia le famiglie a non fare figli. I risultati di una tale politica si vedono: l'Italia occupa uno degli ultimi posti al mondo per indice di natalità.
Andando a sviscerare i dati sulla povertà di fine 2005, si vede che se il 14,7% delle famiglie arrivava a fine mese con molte difficoltà, queste difficoltà erano maggiori per: le famiglie con cinque o più componenti (22,5%) e per quelle unipersonali (16,0%); le famiglie monoreddito (18,7%); le coppie con 3 o più figli (23,5%); le famiglie monogenitoriali (19,4%). L'incapacità di sostenere una spesa necessaria ma imprevista riguardava il 28,9% delle famiglie italiane e in particolare: le famiglie unipersonali (35,6%), anziani sopratutto, e quelle con cinque e più componenti (33,5%); le famiglie monoreddito (37,8%); le famiglie con 2 minori (32,9%); quelle con un anziano (33,3%).
Anche la presenza di un solo anziano nella famiglia, dunque, aumenta il rischio di povertà. Un disagio che si osserva in tutte le ripartizioni territoriali, ma la differenza rispetto alle altre caratteristiche familiari è particolarmente evidente nelle regioni del centro e del nord, che si caratterizzano anche per la maggior presenza di anziani tra la popolazione residente. Da un'incidenza media della povertà del 4,5% nel nord e del 6% nel centro, si sale rispettivamente al 6,3% e all'8% se nella famiglia è presente almeno un anziano.

LA SPESA SOCIALE
Se i dati sulla povertà rimangono stabili, viene da chiedersi come è gestita la spesa sociale del nostro Paese.
In Italia la spesa destinata all'assistenza sociale è di 44 miliardi e 540 milioni di euro, circa 750 euro pro capite. Utilizziamo circa un quarto del Pil per la protezione sociale: si tratta di un impegno non indifferente, in armonia con altri Paesi (Grecia 26,0%, Regno Unito 26,3%, Finlandia 26,7%), ma significativamente inferiore ad Austria (29,1%), Belgio (29,3%), Germania (29,5%), Danimarca (30,7%), Francia (31,2%) e Svezia (32,9%). Tuttavia, il nostro profilo di welfare si basa su squilibri interni evidenti: più della metà della spesa sociale (56,1%) è destinata alla voce "Pensioni in senso stretto e Tfr". Il resto è ripartito tra le voci "Assicurazioni del mercato del lavoro" (6,6%), "Assistenza sociale" (11,9%), "Sanità" (25,4%).
Gran parte delle risorse vanno all'ultima fase della vita, e molto meno alla prima e al sostegno delle responsabilità familiari. In dieci anni sono aumentate le voci "Pensioni in senso stretto e Tfr" (dal 55,7 al 56,1%) e "Sanità" (dal 20,8 al 25,4%). Sono diminuite le voci "Assicurazioni del mercato del lavoro" (dal 9,0 al 6,6%) e "Assistenza sociale" (dal 14,6 all'11,9%), che ha subìto la contrazione maggiore.
Ma chi gestisce concretamente questa spesa? O, meglio ancora, quanto di questa spesa è gestito direttamente dallo Stato e quanto dagli enti locali? La spesa dei Comuni per assistenza sociale al netto della multiutenza è di 5 miliardi e 11 milioni di euro, con un pro capite medio di 86,15 euro. Di conseguenza, dei 750 euro sopra indicati, i Comuni gestiscono solo 86 euro pro capite, mentre la parte restante, pari a circa 664 euro, è gestita dallo Stato o da amministrazioni da esso controllate. "In attuazione della riforma costituzionale - afferma Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan - vanno fatte scelte politiche coraggiose per trasferire progressivamente questi fondi a livello regionale e locale, vincolando la loro gestione ad azioni prioritarie di contrasto alla povertà. Attuando così non più politiche basate solo sul sostegno economico e i trasferimenti di reddito, ma su piani di inserimento lavorativo e sociale con sostegno al reddito".

LA PROPOSTA DI PIANO DI LOTTA ALLA POVERTÀ
Nel nostro Paese manca una strategia organica di contrasto della povertà. Il Rapporto Caritas-Zancan prende atto di questa situazione e si fa carico di una propria proposta di Piano nazionale di lotta alla povertà, che si basi innanzitutto su due passaggi: "da trasferimenti monetari a servizi" (per un migliore governo della quantità di risorse oggi disponibili) e "da gestione centrale a gestione decentrata" (per una diretta responsabilizzazione nella gestione e nella verifica di efficacia, oltre che per dare attuazione alla modifica del titolo V). Le parti regionali e locali dovrebbero poi definire altrettanti piani di azione regionali e locali di lotta alla povertà, dimensionando obiettivi e risorse in ragione dei risultati attesi di riduzione del bisogno presente nel proprio territorio. Un Piano di lotta alla povertà che abbia al proprio interno non solo obiettivi e finalità ma anche risultati attesi misurabili, che indichi le priorità di azione, le infrastrutture necessarie, che "corresponsabilizzi" i diversi livelli istituzionali (dal locale al regionale, al nazionale, e viceversa) e i diversi centri di responsabilità sociale (imprese, enti non profit, forze sociali, associazionismo di impegno sociale ecc.) in una comune progettualità. "Un piano condiviso di lotta alla povertà può rappresentare una grande occasione per il nostro Paese e - sottolinea S.E.Mons. Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana - lottare contro la povertà nel nostro Paese vuole dire molto di più che dare qualcosa a chi ha meno, vuol dire sottrarre a un destino sociale prevedibile di precarietà e marginalità tanti ragazzi e bambini che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato, nel quartiere sbagliato, nella contrada sbagliata; contrastare il predominio di un'economia criminale in molte regioni del sud, che trova nella povertà di alcuni territori la possibilità di poter disporre di un'"armata di riserva" per il proprio mercato del lavoro; costruire coesione sociale a partire innanzitutto da un senso di appartenenza sociale che le politiche di contrasto alla povertà contribuiscono a creare". E poi aggiunge: "Non abbiamo scritto un libro dei sogni ma - questo sì - coltiviamo un sogno, lucido e ragionevole. Quello della lotta alla povertà come obiettivo ordinario delle politiche del Paese".

Il VII rapporto sulla povertà e l'esclusione sociale, "Rassegnarsi alla povertà?" nasce da esperienze e ipotesi di lavoro che Caritas Italiana e Fondazione Zancan hanno maturato e condiviso in questi anni. Il volume fa sintesi di un percorso che parte dai tentativi che hanno caratterizzato il secondo Novecento di ridurre la povertà nel nostro Paese. Evidenzia le risorse oggi disponibili, per capire se e in che misura esse potrebbero essere investite in un Piano (nazionale, regionale e locale) di lotta alla povertà. Entra nel merito delle strategie per renderlo attuabile. Lo fa anche richiamando esempi di esperienze civili ed ecclesiali, che vedono impegnati enti pubblici, amministrazioni private, Caritas diocesane, associazioni di volontariato, parrocchie, persone e famiglie ecc., cioè diversi soggetti che a livello regionale e locale potrebbero insieme fare la differenza per conseguire risultati efficaci. Nel Rapporto sono inoltre documentate le dimensioni quantitative e qualitative del fenomeno, i profili di esclusione, anche attraverso i dati dei 264 Centri di ascolto della rete Caritas riferiti a oltre 30.000 utenti nel periodo luglio-settembre 2006, nonché le esperienze di alcune Caritas diocesane e percorsi di uscita dalla povertà che testimoniano come sono possibili percorsi concreti.

In allegato sono disponibili i seguenti documenti:
- Sintesi del Rapporto: Un Piano di lotta alla povertà. Tiziano Vecchiato (direttore della Fondazione Zancan).
- Presentazione del Rapporto: Le motivazioni di una collaborazione decennale. Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, e Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan.
- Presentazione del Rapporto: Intervento di S.E. Mons. Francesco Montenegro, presidente di Caritas Italiana.
- Sintesi della seconda parte: ESPERIENZE DI LOTTA ALLA POVERTÀ. Progettazione e prassi operative di contrasato alla povertà nell'esperienza di alcune Caritas diocesane.

- Sintesi della terza parte: DIMENSIONI QUANTITATIVE E QUALITATIVE DELLA POVERTÀ. Persone in difficoltà ed interventi: i dati dei Centri d'ascolto della Rete Caritas.
- Sintesi della terza parte: DIMENSIONI QUANTITATIVE E QUALITATIVE DELLA POVERTÀ. Fuori dal labirinto. Dalle storie di vita degli ex-utenti Caritas, i percorsi di uscita dalle situazioni "acute" di povertà.


Per maggiori informazioni:
- Centro Studi e Formazione Sociale Fondazione Emanuela Zancan Onlus, via Vescovado 66 - 35141 Padova (PD), e-mail studizancan@fondazionezancan.it
- Caritas Italiana, Via Aurelia 796, 00165 Roma, tel. 06 66177001, fax 06 66177602, e-mail comunicazione@caritasitaliana.it


www.caritasitaliana.it
www.fondazionezancan.it

WillyBlake | [ commenti ? ]



Da carta a Parigi
sabato, 24 novembre 2007
Ferrovieri al lavoro, studenti ancora in piazza

 

Lo sciopero dei trasporti, andato avanti per nove giorni, è stato sospeso, anche se il sindacato Sudrail continua a sostenerlo. Molti ferrovieri sono amareggiati dalla fine del movimento, che in fin dei conti ha ottenuto solo l’apertura di negoziati sulla riforma dei regimi speciali delle pensioni. I negoziati dovrebbero concludersi prima di Natale, e se i risultati non saranno soddisfacenti il movimento potrebbe ricominciare. Ieri sono stati fermati tre presunti responsabili dei sabotaggi su alcune linee ferroviarie nell’est della Francia. E Nicolas Sarkozy ha detto oggi, con toni trionfanti: «Questa riforma l’ho promessa e l’ho attuata».
Per gli studenti invece, la giornata di ieri è stata un successo. Alle manifestazioni studentesche in tutto il paese c’erano anche liceali, insegnanti e ricercatori: il sindacato dell’insegnamento superiore [Snesup] e il collettivo «Salviamo la ricerca» hanno infatti aderito per protestare contro i poteri rafforzati dei presidi, il loro diritto di veto sulle nomine, la possibilità di impiegare precari, e la morte programmata delle scienze umanistiche. Oggi diversi licei, una decina a Parigi, sono bloccati o in agitazione. Come la metà delle università francesi. E questa mattina la Sorbona è stata di nuovo chiusa fino a lunedì 26, dopo gli scontri che hanno opposto gli studenti favorevoli allo sciopero e gli altri. Secondo l’amministrazione, «la libertà di studio non è garantita e la sicurezza delle persone nemmeno».

WillyBlake | [ commenti ? ]


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