
È tutto oro il nucleare che luccica?
La costruzione di nuove centrali è onerosa sia dal punto di vista economico sia da quello dei rischi e presenta risvolti poco rilevanti nella lotta al surriscaldamento globale
L'imperativo dei cambiamenti climatici impone una radicale trasformazione delle modalità di produzione, consumo e distribuzione dell'energia. Questo ormai ci viene ripetuto da diversi anni sui maggiori canali di comunicazione. Il problema fondamentale risiede nel fatto che entro il 2050 le emissioni di gas serra debbono necessariamente essere dimezzate se vogliamo evitare impatti ancora più dannosi sull'ambiente e sul clima. E anche questo è risaputo.
Le decisioni in ambito energetico prese oggi hanno ripercussioni in un immediato futuro, nel periodo compreso fra il 2020 e il 2050. Ripercussioni positive e/o negative. Anche in questo caso nessun clamore per lo scoop. Ma il nucleare può essere una soluzione? A prima vista il nucleare può sembrare una risposta sensata alla doppia sfida del cambiamento climatico e del vertiginoso aumento dei prezzi dell'energia, ma credere alla favola del nucleare pulito e conveniente è ben altra cosa. Questo il tema della conferenza stampa indetta da Greenpeace.
Prima considerazione: è veramente conveniente? Il costo del KWh elettrico da nuovi impianti, considerando il costo dell'investimento, è superiore a quello delle altre fonti convenzionali. Il tempo di recupero dell'investimento iniziale è pari a 20 anni, superati i quali, se il reattore continua a funzionare, presenta costi operativi inferiori. «Il costo dell'elettricità – a parlare è Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace – comprende diverse voci: costo di investimento, di funzionamento, di manutenzione, costo del combustibile. Il nucleare ha costi di combustibile più bassi rispetto alle altre fonti, ma costi di capitale molto più alti. Secondo le stime più recenti del Dipartimento Usa dell'energia (Doe), i nuovi reattori nucleari producono elettricità a costi superiori rispetto al gas e al carbone e un po' inferiori all'eolico». Gran parte del costo dell'elettricità è dovuta all'investimento iniziale.
Ma quanto costa una centrale nuova? Dati alla mano, secondo un'analisi della Doe, nel 1986 i 75 reattori americani presi in esami sono costati il triplo del previsto. Secondo il rapporto dell'agenzia Moody's del maggio scorso per 1.000 MW sono necessari 7 miliardi di dollari e non i 3 delle valutazioni ufficiali, mentre secondo la Florida Light and Power per 1.000 MW servirebbero 8 miliardi di dollari, rispettivamente pari a oltre 4,6 e 5,2 miliardi di euro. Mentre secondo Enel ne occorrerebbero circa 2. I conti non tornano, ma chi ha ragione? In ogni caso la costruzione di nuove centrali è onerosa sia dal punto di vista economico sia da quello dei rischi con ritardi e sforamenti dei costi che causerebbero la bancarotta di una società se non venissero poi trasferiti sui consumatori.
Seconda considerazione: è realmente efficace nella lotta al surriscaldamento globale? Se raddoppiassimo i reattori nucleari entro il 2030 servirebbero 500.000 MW nuovi, incluse le sostituzioni di reattori da chiudere, i costi d'istallazione ammonterebbero a 2.000 miliardi di euro, bisognerebbe allacciare alla rete un reattore nuovo ogni 2 settimane per una riduzione complessiva di emissioni di CO2 del solo 3-5%. Troppo poco, troppo in ritardo e con costi esorbitanti. Senza considerare il fatto che anche l'uranio non è una risorsa illimitata: le risorse estraibili agli attuali ritmi di consumo sono circa 3,5 milioni di tonnellate per una durata di circa 50 anni. Se realmente raddoppiassimo la potenza installata l'orizzonte temporale stimato necessario per l'esaurimento delle scorte di risorse conosciute si dimezzerebbe (25 anni), quando un impianto è progettato per durare circa 60 anni.
Ma allora quali alternative esistono? «Politiche energetiche – ha continuato Giuseppe Onufrio – che prevedano 4 reattori Epr al 2020 per circa 50 TWh/anno, raggiungimento dell'obiettivo europeo delle rinnovabili per il settore elettrico (+ 50 TWh al 2020, di cui la metà è realizzabile con l'eolico), efficienza energetica (abbassamento del costo di 100 TWh da 7 cent/KWh a meno di 5,6 cent/KWh)».
Tutto questo è ottenibile solo ed esclusivamente con investimenti di un certo peso in ricerca e sviluppo: «nei Paesi Ocse – ha concluso – la maggior parte dei fondi sono stati destinati al nucleare (il 47% alla fissione, il 12% alla fusione) e solo 11% alle fonti rinnovabili considerate complessivamente». Questo tipo di politica di incentivazione riflette il passato e non il futuro.
(Micaela Conterio)
(15 Luglio 2008)
da Villaggio globale